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Nel Vicentino rinasce la filiera italiana della seta…

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La via della seta

Nel Vicentino rinasce la filiera italiana della seta, per produrre gioielli eticamente corretti che celebrano il nostro passato

(ZOOM-ZOOM Magazine – Mazda Owner)
Storia: Giuliano Pavone
Fotografia: Marco Bertolini

Quando qualche anno fa Giampietro Zonta e sua moglie Daniela Raccanello – titolari di D’orica, azienda orafa del Vicentino – trovarono una grande e insolita farfalla nel cantiere della loro nuova casa in legno, non potevano certo immaginare di essere ai titoli di testa di un memorabile film. La farfalla, una Samia cynthia, era una di quelle che allo stato larvale si usa per produrre seta. Un dettaglio che Giampietro e Daniela – già noti come “i sarti dell’oro” per essere stati i primi a lavorare il metallo più prezioso con ago e filo – interpretarono subito come un segno.

La storia entra nel vivo nell’estate 2014, quando Daniela realizza un gioiello in cui l’oro si combina a una fibra tessile. Sarebbe bello, pensa, se quella fibra fosse la seta. Ma la seta dev’essere italiana, perché D’orica sposa da sempre la filosofia dell’autentico Made in Italy e pratica il “Km 0” da molto prima che si chiamasse così. I coniugi Zonta apprendono però che la seta ormai da decenni non viene più filata nel nostro Paese.
Sogno svanito sul nascere? Niente affatto, anzi il bello sta per arrivare: esistono ancora strumenti e saperi per tornare a produrre seta italiana al 100% e – ecco un altro segno! – tutto ciò che serve si trova in Veneto. A Padova ha sede l’unità di bachicultura del CREA, centro di ricerca che dal 1871 tutela la biodiversità conservando le diverse specie di bachi e varietà di gelsi.

A Castelfranco Veneto, invece, presso una cooperativa sociale, c’è una piccola macchina per filare, l’ultima funzionante in Europa. Giampietro rompe gli indugi, acquistando la “filandina” e procurandosi dalla Calabria i bozzoli più adatti. Presto una serie di enti si raccoglie intorno a un progetto denominato “La Via Etica della Seta”, e la filiera italiana della seta può finalmente tornare a vivere.

«Seta è una parola femminile. Mi piace pensare che la seta italiana sia una donna che abbiamo preso dai capelli mentre stava per annegare». Così racconta Giampietro. Lo incontro proprio a Castelfranco, nella Cooperativa Sociale Agricola Campoverde, insieme a sua moglie. Imprenditore da  25 anni e pioniere delle esportazioni in Oriente, Giampietro ha l’aria schietta e affabile di uno da cui compreresti un’auto usata. E serba un entusiasmo contagioso per questo progetto straordinario. La bionda Daniela, che i gioielli li inventa, li crea in prototipo e poi insegna alle collaboratrici come riprodurli, è una sintesi vivente di creatività e concretezza.

Ed ecco la filandina. Vederla in funzione è come ritrovarsi catapultati indietro ai tempi della prima rivoluzione industriale: i bozzoli, che galleggiano in vaschette di acqua calda, sembrano agitarsi, contagiati dall’energia del macchinario. In realtà stanno girando su se stessi, srotolandosi, e in questo modo diventano sempre più trasparenti per poi “scomparire”. Intanto i fili, attraverso un complicato processo di tubi rotanti e bracci meccanici, si avvolgono sui rocchetti posti in cima alla macchina. È un processo che sa di passato, ma che risponde alle esigenze del presente.

«Il mondo chiede all’Italia artigianalità e manualità, vale a dire il valore aggiunto del capitale umano», spiega Giampietro. Il rilancio della seta italiana non è solo un’operazione nostalgica e neanche la creazione di un mercato di nicchia. «Per diversi motivi l’egemonia cinese è destinata a ridimensionarsi, mentre la seta viene usata sempre di più anche in settori diversi dal tessile», spiega Claudio Gheller, amministratore delegato di Veneto Marketing. «Con la seta italiana ci troviamo in una situazione rara: la domanda del prodotto arriva prima del prodotto stesso!», aggiunge Giampietro Zonta. «Nel ricostruire la filiera c’è spazio per tutti. La domanda supererà l’offerta ancora per molti anni a venire».

Le grandi potenzialità del settore non passano inosservate: a pochi mesi dal suo lancio, il progetto è stato selezionato dalla Commissione europea come uno dei quattro casi di eccellenza continentali in ricerca e innovazione. La nuova via italiana alla seta è etica perché la bachicultura avviene in cooperative sociali, e perché intende riconoscere il giusto compenso a ogni pezzo della filiera. «Si era smesso di produrre seta», dice Giampietro, «anche per via di un doppio sfruttamento: quello della natura, con il passaggio a coltivazioni intensive e a prodotti chimici aggressivi, e quello delle persone, pagate troppo poco».

E nelle numerose occasioni pubbliche in cui viene presentato, il progetto non manca mai di suscitare interesse ed entusiasmo, perché è in grado di toccare immediatamente le teste e i cuori della gente. La seta italiana, insomma, vale oro, potremmo dire con un facile gioco di parole. Per la verità negli ultimi tempi il settore italiano dell’oro lavorato ha subito un brusco ridimensionamento, perdendo l’85% degli occupati e vedendo crollare la sua quota di mercato dal 60% all’8-9%. Un vortice in cui anche D’orica stava per affondare, rischiando una decina di anni fa la chiusura, ma da cui poi è uscita più forte che mai, tanto da vantare oggi numeri più positivi di sempre. Ma come ha fatto?

«Mio marito non ha mai inseguito l’interesse immediato», ci svela Daniela Raccanello Zonta. «Infatti, ha rinunciato a guadagni facili e privi di prospettive per investire nel bene più prezioso: la credibilità nel nostro operato».

Ma il successo di D’orica dipende anche da altri fattori: creatività, manodopera d’eccellenza e innovazione. Tutti elementi riconoscibili nella linea seta-oro. In questi gioielli il filo portante assurge a protagonista al pari delle piccole sfere d’oro che caratterizzano questi gioielli, prodotte con tecnologie sofisticate e poi infilate e intrecciate con abilità manuale. Il risultato è di sorprendente lucentezza e levità: un intreccio aereo che ricorda le armonie dei corpi celesti.

A pensarci questa storia, antica e insieme moderna, rispecchia il Veneto, una regione che da culla della civiltà contadina si è trasformata nel cuore pulsante della piccola e media impresa italiana. Un mosaico di storia, natura ed economia che emerge chiaro nelle mie due tappe di questa via della seta a filiera cortissima. La Cooperativa Campoverde fa fede al suo nome, circondata com’è da coltivazioni e spazi per l’allevamento. Nella roggia che l’attraversa l’acqua scorre rapida e fresca, e brilla di riflesso a quella luce particolare, bianca e limpida, tipica del nordest. E nella Padova del Santo, dell’Università  e della Fiera, ecco il CREA: qui, circondati da vecchi arredi e targhe di marmo alle pareti, ci si divide fra evoluti microscopi e macchinari del primo Novecento. Le prime regioni italiane in cui si praticò la sericultura furono, intorno all’ottavo secolo, la Sicilia e la Calabria. Da lì la produzione si diffuse in tutta la Penisola, giungendo a molte regioni settentrionali.

«Vorrei riavviare il percorso in senso inverso, partendo proprio dal Veneto», dice Giampietro. Il suo bel sogno è ritrovare un filo di seta che unisca l’Italia.

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